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La copertina della raccolta di racconti Tempo di fieno separatore

L′incipit della prefazione di Eva Banchelli:

Nel 1948, dall′ormai mitico ritiro di Montagnola, il saggio vegliardo Hermann Hesse, introducendo una sua breve prosa dedicata a un ricordo giovanile, rifletteva sul senso e sulle possibilità future della problematica arte del narrare (erzählen); la riflessione - due smilze paginette di sofferta, lucidissima perplessità - diventava occasione per uno sguardo a ritroso sul proprio percorso di scrittore e in particolare su quella lontana stagione compresa tra il 1900 e il 1913, in cui quasi ininterrotto era stato il suo contributo fiducioso alla tradizione, appunto, del racconto (Erzählung).
Allora, osserva Hesse, il coraggio di narrare scaturiva dalla coscienza di rivolgersi ad un pubblico con il quale era possibile entrare in comunicazione perché ancora esisteva la rassicurante certezza dell′appartenenza ad un′unica patria sociale, morale, linguistica e spirituale cui fare riferimento. Quella patria (Heimat) era per questo raccontabile, e chi scriveva altro non faceva che "comporre per i propri lettori della musica su uno strumento e in base ad un sistema di note familiari e ovvie per loro quanto per l′autore stesso". Non regnava ancora, allora, quella costante ambiguità e diffidenza che contraddistingue nell′epoca attuale ogni tipo di linguaggio, tanto più quello poetico, disgregato e lacerato ormai dall′infinita molteplicità di nessi, di centri, di sensi del nostro vissuto. (continua)

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Hermann Hesse

Tempo di fieno

traduzione e prefazione di Eva Banchelli

comprende anche il racconto
Lo studente

SugarCo (Tasco), 1993, pag. 123

ISBN 88-7198-256-8

In copertina: Plinio Novellini, il fienaiolo, 1888.

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Il risvolto di copertina:

Centrati sugli sviluppi di un′iniziazione amorosa, questi due brevi ma pregnanti racconti sottolineano, come già altre opere giovanili, la vena del primo Hesse ondeggiante tra insofferenza e bisogno di sicurezza, fra ansia del nuovo e desiderio di ritorno alle origini. Dalle maglie ancora abbastanza strette e tenaci di un pacato realismo di impronta ottocentesca sfuggono di continuo lampi di improvvisa e inquietante modernità, una modernità che rivela, nello scrittore svevo - già allora apprezzato dal grande pubblico -, non solo il poeta della natura, delle certezze, dell′utopia, ma anche e forse ancora di più il poeta della crisi di quella stessa natura, di quella sicurezza, di quella utopia.

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L′incipit del racconto Tempo di fieno:

La strada maestra sbucava su un grande piazzale di ghiaia davanti a casa, dove potevano transitare le carrozze quando venivano visite. Solitamente, però, lo spiazzo quadrato era sempre vuoto e silenzioso, e questo lo faceva apparire ancora più grande di quanto non fosse; d′estate, poi, quando l′invadevano la luce accecante del sole e l′aria tremolante di calura, attraversarlo era davvero impensabile.
Il piazzale e la strada separavano la casa dal giardino; o meglio, quello che si chiamava "giardino" era in realtà un parco di modeste dimensioni, non molto largo ma profondo, con olmi, aceri e platani imponenti, camminamenti sinuosi, una giovane abetaia e molte panchine. In mezzo agli alberi si stendevano prati luminosi e soleggiati, lasciati liberi alcuni, adorni di aiuole di fiori e cespugli altri, e nella calda e gaia libertà di questi prati si levavano, solitari, due unici, grandi alberi. Uno era un salice piangente. Una stretta panchina gli correva intorno al tronco, mentre gli stanchi rami setosi e delicati ricadevano lunghi e fitti tutt′in giro, formando al loro interno una specie di tenda o di tempio in cui, a dispetto dell′ombra continua e della luce crepuscolare, stagnava un blando e costante tepore.

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