Chissà come commenterebbe Hesse la recente proposta di cambiare il Padre nostro, la preghiera per eccellenza della cristianità rimasta immutata per millenni che ora subisce improvvisamente delle modifiche solo apparentemente lievi come ad esempio quel "Male" scritto con la "m" maiuscola, a significare un′entità ben distinta da Dio - Dio non può "indurre in tentazione", ricordano ora i vescovi -, ed esterna all′uomo come esterno è il suo antagonista, il Bene. Nulla potrebbe essere più lontano dalla concezione orientale che non riconosce opposizioni e contrari e dalla quale Hermann Hesse fu attratto sin da bambino, sin da quando si lasciava ammaliare dai canti malajani che gli cantava la mamma, quando s′incantava di fronte alla grandiosa biblioteca del nonno, missionario e studioso dell′India, piena di "antichissime immagini e pensieri d′oriente" e governata dalle "più alte, misteriose e segrete potenze". Furono il brahmanesimo, il buddhismo, l′induismo, poi lo zen cinese e giapponese a indicargli la via da seguire scardinando le rigide concezioni dell′educazione ricevuta dalla famiglia pietista, annullando la fede in una verità unica e immutabile.
Bene e male, gioia e dolore non sono che diverse manifestazioni della stessa divinità; la divinità stessa si trova dentro e non fuori di noi; non esistono regole assolute, valide per tutti, non esistono due poli opposti e contrastanti se non nel cervello dell′uomo. Di queste convinzioni, cementate da una assidua frequentazione dei grandi pensatori dell′India e della Cina - di Buddha, di Lao-tzu, di Chuang Tze -, dalla riflessione e dalla meditazione, dalla continua ricerca dell′io più profondo, vale a dire di quella "povera, bistrattata, duttile e indistruttibile anima", è fatto il lungo, meraviglioso itinerario spirituale di Hermann Hesse, lo scrittore che cercò di armonizzare in se e nella sua opera l′eredità spintuale occidentale e quella orientale. (continua)
traduzioni di:
Brunamaria Dal Lago Veneri
Francesca Ricci
Paola Sorge
Mario Specchio
introduzione di Paola Sorge
Newton e Compton
TEN Narrativa, 1996, pag. 89
ISBN 88-8183-382-4
In copertina: Henri Martin
Orphée (particolare) 1875
Il lungo itinerario spirituale di Hermann Hesse, lo scrittore che cercò di armonizzare in sé e nella sua opera la cultura occidentale e il pensiero orientale, è segnato dalla continua, sofferta eppure gioiosa ricerca dell′io più profondo, vale a dire di quella "povera, bistrattata, duttile e indistruttibile anima". Contrario ad ogni manicheismo, affascinato dalle concezioni religiose orientali che non riconoscono opposizioni e contrari, né verità assolute, valide per tutti, Hesse è convinto che bene e male, gioia e dolore siano diverse manifestazioni di un′unica divinità: una divinità che non va cercata fuori, ma dentro di noi.
Hermann Hesse, nato a Calw nel 1877, è considerato uno dei maggiori scrittori tedeschi del Novecento. Autore di romanzi come Siddharta, Il lupo della steppa, Narciso e Boccadoro, fu insignito nel 1946 del premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1962. Il suo interesse per il misticismo orientale e per quegli aspetti dell′animo umano che sfuggono al rigido controllo della razionalità, ne fa un autore sempre attuale. La Newton e Compton ha pubblicato Romanzi e racconti
Paola Sorge, nata a Roma, autrice della biografia di D′Annunzio Vita di un superuomo, collabora al quotidiano la Repubblica. Ha curato numerose opere di Karl Kraus, tra cui la raccolta Aforismi in forma di diario uscita in questa collana. Sempre per la Newton e Compton ha curato Motti dannunziani, Cronache romane, Roma fine Ottocento di D′Annunzio e, di Hermann Hesse, Aforismi, Il vagabondo, Il piacere dell′ozio.
Gli occhi pieni di avidità sono torbidi e deformanti. Solo se non desideriamo nulla, solo se per noi guardare diventa pura contemplazione, si manifesterà l′anima delle cose, la Bellezza. Se osservo un bosco che voglio comprare, affittare, ipotecare, usare per far legna e andare a caccia, non vedo in realtà il bosco ma solo le sue relazioni con il mio volere, con i miei piani e le mie ansie, con il mio portafoglio. Allora è fatto di legno, è giovane o vecchio, malato o sano. Ma se dal bosco non voglio nulla, se guardo nel suo profondo verde senza pensiero alcuno, il bosco è bosco, è natura, è creatura, è bello.
La stessa cosa avviene con gli uomini e i loro volti. La persona che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con aspettative, con pretese, non è una persona ma solo lo specchio torbido del mio volere. La osservo, consciamente o inconsciamente, con una serie di interrogativi riduttivi e mistificanti: è una persona affabile o altera? Ha considerazione per me? Gli si può chiedere denaro in prestito? Mastica qualcosa di arte? Con mille domande del genere guardiamo la maggior parte delle persone con cui abbiamo a che fare, e passiamo per psicologi e conoscitori dell′animo umano se riusciamo a individuare nel loro aspetto e nel loro comportamento ciò che asseconda o contrasta i nostri intenti. Ma è un atteggiamento riduttivo, meschino; è una sorta di psicologia in cui il contadino, il venditore ambulante, l′avvocatuccio superano di gran lunga i politici o gli intellettuali.