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La copertina dell'opera Il viandante separatore

L′incipit dell′introduzione di Volker Michels:

Quando nell′autunno del 1912 Hermann Hesse si trasferì da Gaienhofen, il suo villaggio sperduto sulle rive del lago di Costanza, per stabilirsi nella capitale della Svizzera, comunicò all′amico scrittore Ludwig Thoma la propria gioia nel constatare che a Berna, oltre a buona musica, a un "paesaggio splendido e a una solida vecchia città, esiste anche una stazione, e così talvolta si può prendere il treno e andarsene". Perché "motivi per partire non mancano mai", è scritto in un altro punto. Allora Hesse era appena tornato da uno dei suoi giri di conferenze da Weimar, dopo essere stato per lo stesso motivo a Dresda, Praga, Brünn e Saarbrücken. E l′anno prima aveva intrapreso il viaggio più lontano e più lungo della sua vita, una "gita" di tre mesi a Ceylon, in Malesia e a Sumatra. (continua)

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Hermann Hesse

Il Viandante

traduzione di Fernando Solinas
introduzione di Volker Michels

Oscar Mondadori
Oscar saggi, ottobre 1993, pag. 313

Traduzione di Fernando Solinas

ISBN 88-04-37552-3

Viaggiare deve comportare
il sacrificio di un programma ordinato
a favore del caso,
la rinuncia del quotidiano
per lo straordinario,
deve essere strutturazione
assolutamente personale
delle nostre inclinazioni.

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Il risvolto di copertina:

Innumerevoli sono gli scritti in cui Hesse ha esaltato la poesia del viaggiare attraverso il racconto dei suoi vagabondaggi dalla natia Foresta Nera alle Alpi, dall′amatissima Italia alla lontana Indonesia. Personalissimo modo di viaggiare il suo, dove importante è, più della meta, "l′essere in cammino", l′essere libero di fermarsi o scendere inaspettatamente dal mezzo di trasporto se qualcosa lo attrae: una guglia lontana, un allegro scampanio, la fuggevole visione di una bionda bellezza... Durante le sue peregrinazioni - nelle più illustri città d′arte come nel più sperduto villaggio alpino - Hesse è continuamente alla ricerca di quei valori sostanziali che gli permettono di collegare il mondo esterno con il proprio mondo interiore, di ritrovare verità antiche sotto sembianze nuove, in una parola la conferma che l′universo è unità nella molteplicità.

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L′incipit "Sulla pratica di viaggiare"

Quando fui sollecitato a scrivere qualcosa sulla componente poetica del viaggiare, mi sembrò in un primo momento un′opportunità allettante potere imprecare, una buona volta a cuore aperto, contro gli orrori della moderna industria turistica, la smania, di per sé insensata, di viaggiare, lo squallore degli alberghi attuali, contro città turistiche come Interlaken, contro inglesi e berlinesi, contro la Foresta Nera del Baden, deturpata e ormai smisuratamente cara, contro la ciurmaglia di abitanti delle grandi città che vogliono vivere in mezzo alle Alpi come a casa propria, infine contro i campi da tennis di Lucerna, contro albergatori, camerieri, stile di vita e prezzi degli hotel, vini locali non genuini e costumi regionali fasulli. Ma una volta, quando in treno fra Verona e Padova confessai a una famiglia tedesca le mie opinioni in merito, fui pregato, con fredda cortesia, di tacere, e quando un′altra volta presi a schiaffi, a Lucerna, un cameriere spregevole, non fui più pregato, ma si passò a vie di fatto per costringermi a lasciare l′albergo vergognosamente in fretta. Da allora imparai a dominarmi. Mi viene anche in mente che, in fondo e nonostante tutto, i miei viaggetti mi hanno enormemente divertito e soddisfatto e che da ognuno di essi ho riportato a casa qualche tesoro, ora grande ora modesto. Allora perché imprecare?

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