Dopo la crisi degli anni 1917–1919 che aveva trovato sfogo nel "Demian", Hesse, attraversata la catastrofe della guerra, della quale nel suo ideale intervento samaritano aveva sentito profondamente tutto il dolore e lo strazio, si era staccato dal mondo precedente, pur senza smentire l′atteggiamento scontroso e la sua linea letteraria tradizionale. Egli stesso se ne rese conto, tant′è vero che, quando il suo editore, desideroso di pubbicare un volume di racconti scelti, lo pregò di indicargli quali opere narrative reputava le più degne di esservi accolte, si limitò a scrivere la prefazione al volume, per il quale con deliziosa ironia rifiutò di fare la scelta. Raccontò che si era riletto i suoi precedenti libri avendo di mira due criteri principali: vedere se nel loro genere le novelle erano di una certa classe, e stabilire quali fossero meglio riuscite per la Forma e per l′espressione della propria personalità. Quale fu il risultato di questo esame? Egli si accorse – scrisse – anzitutto che i suoi lavori non potevano misurarsi con quelli dei grandissimi maestri da lui venerati, come Cervantes, Dostoevskij, Swift, Balzac, e nemmeno con grandi scrittori quali Dickens e Keller. Le sue opere erano diverse non avevano niente a che fare con quelle dei maestri, i suoi romanzi non erano romanzi, le sue novelle non erano novelle: erano lirica travestita, come in genere i romanzi tedeschi di tutto l′ottocento. Non era lirica l′Iperione di Hölderlin, o Zarartustra di Nietzsche? Nessuno dei suoi racconti era dunque racconto puro, degno di entrare in una scelta narrativa. Tutti però erano onesta espressione di un′anima, di un mondo interiore. Ma anche lì col passare degli anni erano accolti concetti che solo in seguito si sarebbero chiariri, perché la vita non è stasi, bensì sviluppo, evoluzione. E quelle pagine non erano più tali da soddisfare l′incontentabile autore, giacché nessun′opera resiste al confronto con l′ideale esigenza di chi la scrive. Conclusione: la scelta non si fece, non ne rimase altro che quella prefazione. (continua)
3 giugno 2008
Teinox
Libro avvincente e visionario: lo consiglio vivamente a chiunque!
traduzione e introduzione di Ervino Pocar
Oscar Mondadori
Oscar scrittori del novecento
1994, pag. 262
ISBN 88-04-17041-7
In copertina: Enzo Cucchi
pesce in schiena del mare adriatico
(part.) 1980
Berlino, Collezione Marx
Il lupo della steppa (1927), l′opera più audace di Hesse, è un atto di accusa contro il suo tempo, una critica della decadenza della civiltà occidentale e svolge, come nota Mittner, "con un procedimento quasi espressionitico il tema della lotta fra la bestialità e la santità di un′anima d′eccezione". fra l′istinto e la ragione, la sensualità e lo spirito. Hesse esemplifica questo contrasto nel destino del protagonista, Harry Haller, un intellettuale sulla cinquantina che riconosce nella sua individualità due modi di essere: da un lato l′uomo, cioé un mondo di pensieri, di sentimenti, di cultura, dall′altro il "lupo" cioé un mondo di istinti selvaggi. Ma non e vero che sui due versanti opposti si collochi tutto il bene e tutto il male giacché le due anime racchiudono un′infinità di varianti nelle quali l′uomo nasconde in sé anche la meschinità piccolo-borghese e il lupo la forza autoliberatrice degli impulsi primordiali. Il rifiuto di Hesse della civiltà industriale e la riscoperta dei valori dello spirito hanno consacrato il rinnovato successo fra i giovani de "Il lupo della steppa", riletto in una chiave nuova più che mai attuale.
Questo libro contiene le memorie lasciate da quell′uomo che, con una espressione usata sovente da lui stesso, chiamavamo il "lupo della steppa". Non stiamo a discutere se il suo manoscritto abbia bisogno di una prefazione introduttiva; io in ogni caso sento il bisogno di aggiungere ai fogli del Lupo della steppa alcune pagine dove tenterò di segnare i ricordi che ho di lui. È poca cosa quello che so, e specialmente il suo passato e la sua origine mi sono ignoti. Tuttavia ho avuto della sua persona un′impressione forte e, devo dire, nonostante tutto simpatica.
Il lupo della steppa era un uomo di circa cinquanr′anni che un giorno, alcuni anni sono, si presentò in casa di mia zia a chiedere una camera ammobiliata. Prese la mansarda lassù sotto il tetto e la cameretta attigua, ritornò dopo qualche giorno con due valigie e una grande cassa di libri e abitò in casa nostra per nove o dieci mesi. Conduceva una vita molto quieta e appartata e, se la vicinanza delle nostre camere non avesse offerto l′occasione di qualche incontro sulle scale o nel corridoio, probabilmente non lo avremmo neanche conosciuto, poiché socievole non era di certo; era anzi cosi poco socievole come non avevo mai visto altre persone, era realmente, come diceva talvolta, un lupo della steppa, un essere estraneo, selvatico e anche ombroso, anzi molto ombroso, quasi fosse di un mondo diverso dal mio. Quanto si fosse immerso nella solitudine per indole e per volontà della sorte, e quanto fosse consapevole di quel suo destino solitario, seppi soltanto dagli scritti che lasciò; ma già prima l′avevo conosciuto incontrandolo e scambiando qualche parola, e notai che il ritratto risultante dai suoi scritti concordava in fondo con quello certamente più scialbo e lacunoso che mi ero fatto attraverso la nostra conoscenza personale.